Alla riscoperta delle proprie origini

Alla riscoperta delle proprie origini

Marco Biscotti, un fotografo “rubato” alla giurisprudenza. Ciao Marco, descriviti in poche parole.

Nella vita di tutti i giorni esercito la professione di avvocato, specializzato nella materia del diritto penale. Parlare dei miei interessi è un po’ complicato, perché di base ho un’indole curiosa che mi porta ad interessarmi davvero a tante cose e nei campi più disparati. Attualmente il fine settimana mi divido tra mountain bike e i mezzi d’epoca, il comune denominatore è la riscoperta del mio territorio. Ho una collezione dove non mancano i pezzi forte della nostra cultura come Vespa, Lambretta e Fiat 500 e poi tante altre ancora. La cosa bella è che molti di questi mezzi sono stati comprati che erano quasi relitti e restaurati da me e mio padre. Mi piace l’idea di vedere rinascere queste icone del made in Italy, sentire nuovamente il loro suono, hanno un valore per me inestimabile, raccontano di giornate trascorse con mio padre.

Dalla mostra fotografica “Di madre in Figlio” che hai curato, si capisce come l’amore per la fotografia sia dovuto alla sensibilità artistica che tua madre ti ha trasmesso. Ci puoi raccontare di più su come è nata la tua passione per questo mondo?

Se qualche anno fa fosse venuto da me qualcuno a dirmi che avrei iniziato a scattare fotografie, a fare delle mostre, probabilmente mai ci avrei creduto. Effettivamente sono un novello, devo tutto ad uno smartphone e ad Instagram. Era ottobre 2013, venivo da uno dei periodi più pesanti vissuti nella mia vita, cose che non auguro neanche al mio peggior nemico e mi sentivo come un vulcano pieno di energia che aveva necessità di esplodere, di convertire positivamente tutto quello che avevo accumulato. Per puro caso scarico l’applicazione di Instagram, che ricordavo essere solo un’app di editing e mi ritrovo invece su un social. Inizio a caricare qualche foto e vedo che ricevo apprezzamenti sempre più positivi, così grazie proprio all’entusiasmo genuino di chi ha imparato a conoscermi, ho trovato il coraggio di mettermi in gioco con una mostra. In verità “Di madre in figlio” è stata la mia seconda mostra, una specie di omaggio a mia madre, che da autodidatta iniziò a dipingere i nostri luoghi. Sapere che quelle foto poi sono state acquistate da tanti e sono esposte ora nelle loro case è per me un motivo di profonda gioia.

Un’altra cosa che emerge chiaramente dai tuoi scatti è il senso di appartenenza alla tua terra, la Puglia. Quanto è importante per te e per le tue immagini questo sentimento?

Vivo in un posto dove molti ragazzi emigrano, in pochi siamo rimasti e tra quei pochi una buona parte si lamenta di come non ci sia nulla. Per me non è mai stato così e continua la mia missione di mostrare quanto di bello abbiamo. Non mi sono mai chiesto cosa possa fare questa terra per me, ma cosa posso fare io per lei. Ed il linguaggio fotografico è perfetto per far aprire gli occhi e dare consapevolezza a chi guarda. Credo che sia dovere di ogni cittadino impegnarsi nel cercare di migliorare il posto in cui vive mettendo a disposizione ciò di cui è capace.

Puoi mostrarci una foto a te cara e descrivercela?

Ho scelto questo scatto realizzato con lo smartphone perché secondo me rappresenta al meglio il concetto di “invisibile agli occhi”. Credo e continuo a credere nelle potenzialità dello smartphone, un mezzo ormai comunissimo che riesce a farci passare completamente inosservati, permettendoci di cogliere la vera naturalezza delle espressioni. In questo caso il bambino, con il suo caschetto biondo enfatizzato dal controluce, sta guardando “il biciclettaio” del paese mentre sistema la bici. Ha uno sguardo di reverenza e sbalordimento, lo stesso che avevamo noi tutti quando andavamo a comprare la nostra prima bicicletta e aspettavamo il negoziante che finisse di sistemarla. La consegna della prima bici è un momento particolare, è una specie di “battesimo”, in quel momento, infatti, inizia il nostro viaggio di evasione, di autonomia, di indipendenza. Magari si viaggiava più di testa che non sui pedali, ma era pur sempre l’inizio di un nuovo modo di vedere ciò che era fuori dalla nostra casa.

Negli ultimi anni, soprattutto con l’ascesa di social fotografici come Instagram, si è fatto sentire più forte il dibattito tra fotografia professionale e quella con smartphone. Qual è il tuo parere in proposito?

Parto dall’idea di base che ciò che conta è la capacità di riuscire a trasmettere un messaggio, il modo è solo una conseguenza. La composizione fotografica è per me l’aspetto predominante, poi vengono altri elementi come l’apertura/chiusura del diaframma e il tempo. In questo senso credo che lo smartphone sia un’ottima palestra per iniziare, perché è sostanzialmente una lente fissa, che ti obbliga ad essere vicino all’azione e quindi a cercare di dare il meglio di te nella composizione della foto. Ritengo sia un esercizio utilissimo per cominciare, poi diventa naturale chiedersi come “nasca” una foto. Da lì  si impara l’utilizzo del diaframma, tempo e ISO e a “vedere fotograficamente”, cioè come cambia radicalmente la stessa scena osservata in base alla lente scelta. A tal proposito, segnalo il Foto Cine Club di Foggia affiliato FIAF, di cui faccio parte dal 2016. Attivo ormai da cinquant’anni sul territorio, concordando su questa mia idea di base, ha voluto fortemente che realizzassimo una mostra fotografica ed un corso sulla smart photography.

Riguardo a questo, come ti sei avvicinato a Whoosnap e cosa pensi che un’applicazione del genere possa dare al mondo della fotografia?

Whoosnap è stata una bella scommessa e oggi una splendida realtà. Mettere in contatto fotografi con testate giornalistiche e brand trovo sia un passo davvero interessante, anche perché viviamo in una società votata alla velocità e tanto più si accorciano i tempi per consegnare un contenuto quasi in tempo reale, tanto più ne traggono vantaggio entrambe le parti.

Se ti è piaciuta questa intervista, leggi anche quella di @andrea_pieroni

All rights reserved © Whoosnap