La fotografia è una faccenda cerebrale

La fotografia è una faccenda cerebrale

Ciao Agnese, grazie del tempo che hai deciso di dedicarci. Cominciamo dalla più classica delle domande: ci racconti un po’ di te?

Agnese, 30 anni. Madre sarda e padre siciliano. Isolana DOC, empatica ed anche un po’ misantropa. Divoratrice compulsiva di libri (ma non propinatemi svenevoli romanzi d’amore!), amante del minimal e un legame indissolubile con il mare.

Ogni fotografo, o aspirante tale, ha una storia da rivelare quando si tratta di spiegare come si è avvicinato alla fotografia. Vuoi dirci la tua?

Sin da piccola la fotografia ha pervaso il mio ambiente domestico: album di famiglia, reflex e rullini, super8 e diapositive. I ricordi partono da una macchinetta analogica, procedono verso alcune compatte digitali (la prima aveva tipo 3MP, una cosa impensabile oggi), fino ad arrivare alla reflex  che ho tuttora con me. Quando Instagram non esisteva ancora, mi sono iscritta in un gruppo su Flickr , “IGP”. Tra challenge vari, project, “lezioni fotografiche” e tanto divertimento, ho imparato molto. Cosa che d’altronde continuo a fare.

Le tue foto trasmettono un’atmosfera delicata e malinconica allo stesso tempo, anche quando immortalano oggetti di uso quotidiano. C’è una precisa scelta stilistica dietro ai tuoi scatti?

Una scelta stilistica vera e propria non direi. Sto cercando di dare ai miei scatti una sorta di filo conduttore a livello di composizione che passa per una continuità cromatica, una cura dei dettagli e una disposizione degli elementi semplice, pulita senza troppi fronzoli. Vorrei raggiungere un livello in cui la mia fotografia possa esser riconosciuta semplicemente guardando lo scatto. Lo so, è un desiderio piuttosto utopico e decisamente pretenzioso!
Le atmosfere delicate e malinconiche non so, non sono volute, diciamo che credo facciano parte di me e del mio modo di scattare, sono delle sensazioni che si fondono inconsapevolmente negli scatti.

A questo proposito, c’è un’immagine a cui sei particolarmente affezionata e di cui ci vuoi parlare?

Nonostante non faccia un largo uso del bianco e nero questo è lo scatto a cui sono più legata, mi rappresenta. Nel bene e nel male sono io: le mie paure e la mia forza.

Un altro campo artistico che sembra interessarti è quello della poesia. Hai scelto “La ballata degli impiccati” di Villon come bio al tuo portfolio, il nome di Sylvia Plath ricorre frequentemente nelle tue foto. Pensi che la poesia abbia avuto una certa influenza sul tuo stile fotografico?

La poesia, come la fotografia ma anche la musica, è un mezzo per trasmettere un messaggio. Non sono molto brava con le parole, a volte non vengo capita e a volte proprio fraintesa, per cui la fotografia, e più nello specifico l’autoritratto, mi permettono di raccontare una storia. Ed è quello che avviene anche con la poesia: nel caso di Sylvia Plath, mi viene naturale riprodurre una sorta di scenario in cui creare una narrazione fatta di immagini, rievocare determinate sensazioni ed emozioni.
È una faccenda un po’ cerebrale e ovviamente si tratta sempre di sensazioni soggettive, non posso avere la presunzione che gli altri sentano o vedano il mondo nella mia stessa maniera.

Sei molto presente sui siti di immagini con le tue gallery. Quanto pensi sia importante la presenza e la condivisione sul web oggi?

Credo che la condivisione sia piuttosto importante, se fatta secondo certi limiti e criteri. Mi piace l’idea che bastino pochi tasti su un social per mostrare uno scatto o un pensiero che poi raggiungeranno qualcuno dall’altra parte del mondo. Non mi piace l’abuso che spesso ne viene fatto, a volte dovremmo spegnere un po’ il telefono e goderci quello che ci circonda. Mi spaventano quelli che prendono per oro colato tutto ciò che viene pubblicato sul Web senza neppure accertarsi delle fonti.

Ultima domanda: ci sono dei consigli che vuoi dare a chi comincia ora ad appassionarsi alla fotografia?

Innanzitutto mai dimenticare che nessuna foto è banale se per noi ha un significato. Per cui osservate tutto ciò che vi circonda, cogliete l’attimo o siate voi stessi a crearlo. Mettetevi in gioco, siate autocritici, spronatevi a fare sempre meglio se pensate che una foto poteva essere perfezionata. Insomma puntate alla qualità e non arrendetevi mai.

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