La leggerezza nella tempesta

La leggerezza nella tempesta

Ciao Serena. Intanto grazie per aver accettato questa intervista. Per cominciare, raccontaci un po’ di te.

Grazie a voi per questa opportunità e per le possibilità che offrite a tutti noi ogni giorno. Cosa dirvi di me, non è difficile raccontarmi. Il mio nome rispecchia il mio modo di essere e di affrontare ogni circostanza, serenamente, sempre con leggerezza e un gran sorriso. Una leggerezza dovuta anche alle mia età. Sono giovane, ho quasi 20 anni, e davanti a me un mondo e un mare di possibilità da poter cogliere, ed è ciò che voglio fare. Anche se non mancano i tumulti e le incertezze di chi proprio ora si affaccia alla vita, ma è tutto nella norma.

La prima cosa che salta all’occhio è la tua giovane età a cui, però, non sembra corrispondere la tua maturità intellettuale, molto profonda per essere una ragazza poco più che maggiorenne. Come vivi questa doppia anima e come la traduci nel tuo lavoro fotografico?

La mia doppia anima, o anima che va oltre è spesso un’arma a doppio taglio. Non sempre riesco ad adattarmi al presente e alle persone che mi circondano, da un lato è difficile trovare miei coetanei con una visione della vita o della realtà vicina alla mia. Non è una pretesa e non è detto che sia io dalla parte del giusto, ma avere idee condivise o poter mettere in discussione le proprie in maniera matura fa sempre bene.
D’altra parte vivo con un piede nel passato, guardo ai periodi più floridi dell’arte e della letteratura, oppure agli anni del jazz o dei figli dei fiori che vorrei tanto riportare in un presente che non mi fa sentire “a casa”.
E queste diverse sfaccettature si riflettono appunto nella fotografia. Guardando indietro trovo il mio modello nella giovane Francesca Woodman e da qui nascono scatti segno di tormenti e inquietudini. Pensando invece alla mia sensibilità attuale cerco di creare delle immagini che risveglino in ognuno un pensiero, un ricordo, o una sensazione anestetizzata. O provo semplicemente a portare l’attenzione su qualcosa di diverso.

La tua è una fotografia che potrebbe essere definita concettuale, con richiami a grandi pittori del surrealismo ma anche con incursioni nella poesia di Sylvia Plath e Anne Sexton. Qual è stato il percorso che ti ha portato ad avvicinarti a questo stile?

Sono un’amante dell’arte a 360 gradi: pittura, letteratura, musica e ogni tipo di arte figurativa. Ho seguito questo percorso quasi automaticamente, senza bisogno di decidere razionalmente cosa fare, è stata una scelta quasi inconscia e scontata. Inoltre credo che tutte le forme d’arte possano convivere in armonia nello stesso ambito, quindi perché non provare ad unirle?

C’è un altro aspetto sorprendente nei tuoi scatti: il richiamo alla psicologia. Sembra quasi che, attraverso le tue foto, lo spettatore possa immedesimarsi e in qualche modo superare certi dolori dell’anima. Quanto conta il proprio vissuto nella realizzazione di immagini che permettano un’identificazione da parte del pubblico?

L’esperienza personale è assolutamente alla base del percorso che si sceglie di seguire, è il filo conduttore della propria produzione.
È l’esperienza che permette di acquisire una determinata sensibilità, di fare delle scelte piuttosto che altre, di formare il nostro occhio e il nostro gusto estetico. E quindi attraverso questa nostra visione personalissima possiamo creare fotografie altrettanto singolari.
È questa la chiave, non tanto la tecnica, ma la singola percezione di ognuno di fronte ad uno stesso elemento.

A questo punto vorremmo che tutto ciò che ci siamo detti finora, tu lo riassumessi e lo spiegassi in una foto che ti è particolarmente cara.

Questa è una delle ultime foto che ho scattato, l’ho chiamata “Primavere Interiori” e quest’unione titolo-foto mi piace particolarmente.
È una foto che ha colori quasi nostalgici un po’ spenti e retrò, e anche ciò che fa il ragazzo ritratto è una cosa che può sembrarci lontana. Quanti di noi perdono pochi minuti della propria giornata per godere dei colori e dei profumi del mondo? Da quanto tempo, presi dalla frenesia, non ci accorgiamo che intorno a noi fiorisce qualcosa, e che fioriamo anche noi? Quindi, fermandoci un attimo possiamo godere della nostra rinascita e anche di tutto ciò che ogni giorno ci viene offerto.

Quali sono gli elementi che non devono mai mancare quando scatti?

Anche qui la tecnica trova poco spazio, do molta più importanza al rapporto che si crea con il soggetto da fotografare, non deve mai mancare un’atmosfera distesa e serena e una certa complicità. Anche se sono una timidona e nove volte su dieci mi trovo a collaborare con persone sconosciute, cerco di metterle a loro agio e poi penso a me, a creare un equilibrio e una situazione piacevole, altrimenti il risultato non è assicurato.

Finiamo con una curiosità. C’è qualcosa che fai, una sorta di rituale che metti in atto quando si tratta di fare foto?

Come ho appena detto la cosa essenziale è la tranquillità, se sono consapevole che è una giornata un po’ storta rimando. Non sono una di quelle persone che riesce a produrre qualcosa proprio nei momenti di tristezza, o comunque in periodi negativi. Proprio per questo è possibile che non tocchi la macchina fotografica per giorni e giorni
In generale sono molto più propensa a fotografare quando piove o c’è un cielo cupo, paradossalmente questo contribuisce al mio buonumore e quindi aumenta la creatività.
Per il resto, l’unica cosa che faccio sempre una volta arrivata sul posto prima di scattare, è guardarmi intorno, fare diverse prove per cercare la luce o l’angolazione che più mi piace, e in quello stesso momento immaginare il mio soggetto. Vedo la foto già proiettata su uno schermo.

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