La fotografia come cura per lo spirito

La fotografia come cura per lo spirito

Ciao Daniele, fai tu gli onori di casa e presentati.

Ciao! mi chiamo Daniele Alvarez e ho 25 anni. Vivo a Policoro, città della bellissima Basilicata. Ho scoperto la passione per la fotografia circa 3 anni fa e da allora scattare è diventato per me fondamentale. Il tempo mi è nemico per via del lavoro che svolgo ed è il motivo per cui non ho potuto frequentare nessun corso o scuola di fotografia. Pertanto, armato di buona volontà, ho cominciato ad acquistare manuali e libri di settore, fino a creare una buona raccolta personale. Senza dubbio però mi sento di dire che la pratica è lo strumento migliore per imparare qualcosa, e trovare qualcuno con cui condividere la propria passione, poi, dà una marcia in più.

Insieme a Serena, che abbiamo intervistato la scorsa settimana, avete creato un progetto chiamato “De-Person”. Ci vuoi raccontare di cosa si tratta e i motivi che vi hanno portato a fondarlo?

De – Person. Questo progetto ha un significato enorme per noi. Insieme a Serena, a cui devo molti dei miei piccoli traguardi, è nata questa idea, sfociata poi in una mostra dedicata tenutasi nella mia città. Il tema del progetto è la “depersonalizzazione”, ossia una particolare condizione mentale, non sempre patologica, che determina una sorta di distacco sensoriale del corpo dalla mente, dalla realtà circostante, dagli stimoli esterni. Entrambi passavamo un momento personale strano, fatto di incertezze, dubbi, paure e spesso ci ritrovavamo a vivere parti della giornata con la mente così affollata da isolarci completamente da quella che era la realtà, svolgendo azioni in modo meccanico e, cosa peggiore che un uomo possa fare, perdendo l’ abitudine di stupirsi davanti al bello che ci circonda.

Abbiamo così deciso di provare a mettere su immagine quello che noi sentivamo e dopo aver studiato la condizione psichica con l’aiuto di una psicologa, tutto ha avuto inizio. 23 foto, 5 ambientazioni diverse, dalla montagna al mare, da un parco eolico ad un bosco; azioni quotidiane svolte dal soggetto in un ambiente mistico, un sogno che prende forma attorno a chi osserva. Volti coperti, teli, fumo e ragnatele per un’ esperienza curativa da entrambe le parti. Coltivare qualcosa insieme, scegliere i luoghi, le modelle e tutto il contorno per le immagini è stato terapeutico. Il progetto è visionabile sul suo sito www.depersonproject.it

Le tue foto sono molto intense, soprattutto quando il soggetto è una persona. Come avviene la scelta del modello e quanto conta l’empatia con quest’ultimo?

La scelta del soggetto è una parte molto difficile nella costruzione dell’immagine a causa della limitata disponibilità di ragazze e ragazzi propensi a posare, data anche la “piccola” realtà in cui mi trovo a vivere. Inoltre bisogna individuare la persona adatta per poter esternare al meglio ciò che si vuole trasmettere, facendo quindi un’ulteriore cernita. Di solito preparo prima il soggetto che deve sapersi adattare in modo adeguato al paesaggio scelto, che per quanto mi riguarda, non è mai il massimo del comfort. Creare una situazione di gioco quasi amichevole e scherzosa aiuta molto chi posa e la resa sarà migliore; anche uno sguardo serio o arrabbiato, non sarà mai naturale se chi posa non è a suo agio. Penso inoltre che non esistano standard ben specifici per la fotografia che amo, tanto che spesso, quello che può essere catalogato come difetto, può diventare una risorsa se ben sfruttato.

Aristotele diceva che “non esiste grande genio senza una dose di follia” ed effettivamente nei tuoi scatti c’è il talento ma anche qualcosa di straniante. Ci sono degli aspetti che vuoi comunicare attraverso il tuo stile fotografico, dei temi che senti l’urgenza di toccare?

Cosa voglio comunicare? Semplicemente ciò che provo. Guardando molte delle mie foto penserete che io non sia poi così felice. Posso dire con certezza che molti degli scatti che amo sono nati in un momento di infelicità, di tristezza, di smarrimento. Trovo nella fotografia il mio sfogo e riesco in quei momenti più che in altri ad esternare ciò che sento dentro e la uso come cura. In molte immagini si può intravedere infatti quasi un lieto fine. Ecco questo è ciò che mi piace pensare: vorrei che lo spettatore si immedesimasse così tanto in un mio scatto da sceglierlo come frame di un film che egli stesso può creare a seconda della situazione personale, decidendone la fine. D’altronde chi di noi è realmente felice?

Come facciamo sempre, vorremmo che tu scegliessi una foto per te importante e la descrivessi.

“Rinascita”, così l’ho chiamata. Soggetto: Serena, sempre lei.
Una ragazza tumultuosa, dalle mille sfaccettature. Chiaro esempio di come da esperienze negative si possa tirar fuori il meglio. Come il terreno dopo un incendio che lo devasta diventa più fertile, così il corpo e l’anima dopo esperienze infelici diventa serbatoio di “bello”. Da qui l’intuizione dei fiori che nascono da un corpo nudo e spoglio, senza volto, per dare facoltà a chiunque di immedesimarsi e convincersi che è possibile ricominciare, qualsiasi cosa accada.

Sempre parlando dei tuoi scatti, molto è dato anche dall’ambientazione. Come viene costruita una scena tipo? Intendo per esempio come scelta della location e recupero dei materiali.

Mi piace esplorare il territorio che mi circonda, che per fortuna è molto vario. Spesso faccio passeggiate insieme alla mia reflex, e scatto foto che poi post-produco. Amo i luoghi abbandonati e vecchi edifici. Già dal primo momento penso ad un’immagine, un soggetto in una determinata posizione, creo una storia nella mia mente. Guardo la luce e come cade, mi piace notare barlumi che disegnano sagome sul terreno. Quest’attenzione per gli scenari è stata fondamentale per il progetto “De-Person”, soprattutto è divertente sperimentare le diverse composizioni con oggetti così insoliti in paesaggi così spettacolari. Una vasca da bagno in una piantagione di grandi alberi da carta non è una cosa che si vede tutti i giorni. La scelta del luogo è essenziale per esprimere ciò che si sente dentro, deve essere oculata e non è di certo una cosa da mettere in secondo piano. I sopralluoghi poi sono indispensabili, sia per il fotografo che per il soggetto. Niente deve essere lasciato al caso. Se poi piove, piano B!

Ultima domanda: oggi che la tecnologia è a portata di chiunque e tutti si sentono un po’ artisti, cosa distingue la professionalità dal resto?

Mi ritengo una persona con una passione, con tanta voglia di crescere e consapevole di essere solamente al primo gradino dell’ Empire State Building. Ben venga la tecnologia alla portata di tutti. Penso che il vero problema sia l’arroganza e l’incapacità di accettare consigli.
Documentarsi, studiare, guardare tante tante tante foto e lasciarsi ispirare; notare gli errori e riprovare ancora. La tecnologia è solo il mezzo attraverso il quale si rende materiale un concetto, ma per assemblare una buona idea non serve attrezzatura di prima qualità o di valore, serve umiltà, voglia di sperimentare e di divertirsi.

Se ti è piaciuta questa intervista, leggi anche quella di @SerenaLaSpada

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