Una vita dietro all’obiettivo, intervista al fotografo Stefano Corso

Una vita dietro all’obiettivo, intervista al fotografo Stefano Corso

 

 

Abbiamo incontrato Stefano Corso, fotografo professionista stabile nella città eterna e gli abbiamo fatto un paio di domande. Nato a Roma nel ’68, vive da sempre nella città, che conosce in tutti i suoi risvolti e che percepisce in modo profondamente personale, avendone assorbito lo spirito ed i cambiamenti negli anni, ed avendo maturato la capacità di osservare con distacco ed ironia anche gli aspetti più degradati.

 

we are the familyWe Are The Family

Come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

Probabilmente come si sono avvicinati tutti un po’ di anni fa: all’età di dodici anni con una vecchia macchina fotografica reflex di famiglia con cui facevo foto per me durante le vacanze. Quindi ogni volta che andavamo da qualche parte ero quello addetto alle foto e poi non sono più riuscito a separarmene.

 

Qual è l’origine del tuo nome d’arte: “pensiero”?

È il nome con cui ero conosciuto su Flickr, la prima piattaforma su cui iniziai a caricare foto. Sta per “pensiero profondo”, il computer di Guida galattica per autostoppisti, un film a cui sono particolarmente legato, che elaborava la risposta alla domanda fondamentale sulla vita nell’universo, rivelata solo alla fine del racconto: 42. Così decisi di chiamare la mia scuola di fotografia “42 mm”, che è anche un vecchio attacco di obiettivi di macchine fotografiche.

 

Come e quando la tua passione è diventata una professione?

Devo dire che ho cominciato seriamente dopo un fortuito incontro con un fotografo che poi scoprii essere molto conosciuto: Peter Turnley. Parlammo di tante cose, mi diede un biglietto da visita e quando andai a vedere il suo sito web capii che volevo vivere di fotografia. Era il 2005. Cominciai da Flickr, iniziai a trovare i primi lavori e presto decisi di lasciare il mio precedente impiego per dedicarmi esclusivamente alla fotografia.

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Un fotografo italiano a Berlino. Cosa ti ha spinto a lavorare anche nella capitale tedesca?

È stata una città che mi ha affascinato sin da bambino. Una città proibita, divisa. Sono cresciuto con la musica di David Bowie del periodo berlinese, con i Pink Floyd di “The Wall”, poi essendo del ’68 sono particolarmente affezionato.
La prima volta che andai a Berlino fu nel 2000 e ricercai l’atmosfera degli anni passati, anche se il muro era caduto da anni. Decisi in seguito di stabilirmi nella capitale tedesca perché fortunatamente il lavoro in Italia non mi mancava, e Berlino era (ed è) l’occasione per dedicarmi ai miei progetti personali. Adesso ho appena finito un lavoro durato tre anni in collaborazione con un mio caro amico, Dario Jacopo Laganà:  We Will Forget Soon – Memorie negate dell’Armata Rossa nella Germania dell’Est, comparso anche su Vice.

 

Come definiresti la street photography?

Sinceramente, a me piace pensare alla Street Photography come un genere fotografico volto a raccogliere la vita che abbiamo intorno senza interferire con essa, dove sia percepibile una presenza umana. Il mio modo di approcciarmi è molto surreale ed emotivo. Non vedrai mai visi riconoscibili, perché cerco sempre di fotografare una mia emozione, qualcosa che ho vissuto in prima persona. Imprimere me stesso nella foto.

 

Cosa ti ha spinto a scegliere la street photography come genere fotografico?

Tutta colpa di Peter. Un giorno vidi una sua serie di Parigi romantica, in bianco e nero, ed erano foto di strada. Fui colpito da un paio di scatti in particolare, che rimasero impressi nella mia mente e cercai di riprodurre le sensazioni che mi facevano provare. Cercai di riprodurle in ogni mia foto in giro per il mondo.

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In questo tipo di fotografia è fondamentale cogliere l’attimo. A tutti i costi. La Mobile Photography permette di essere “invisibili” e rapidi. Che cosa ne pensi?

Io andavo in giro con reflex enormi, quindi riconosco l’importanza di essere invisibili. Tuttora, per lavoro, se sono fuori casa ho la mia macchina fotografica ma con obiettivi che mi rendono impossibile fotografare scene in strada. Quindi mi capita molto spesso di prendere appunti visivi con il telefono. Considerato che il mio telefono attuale ha 8 megapixel, esattamente quanti ne aveva la mia prima macchina fotografica professionale, direi che non si può fare una questione di mezzo. É una questione di occhio e per raccontare qualcosa qualsiasi mezzo è buono.

 

Non sembri il tipo da rinchiudersi in un genere (almeno a giudicare dalle tue foto).

Sono un curioso fotografico. Diciamo che però sono capace di cogliere, più che di costruire. Anche nei lavori che faccio in studio, fornisco alcune indicazioni, ma mi piace cogliere quello che avviene. Non ho la fantasia di costruire, ho la fantasia di riconoscere.

 

Quale tua foto ti rappresenta maggiormente?

Generations. Scattata a Parigi. Una foto generata dall’attesa. A me piace molto creare prima il quadro e poi aspettare il soggetto che concluda la composizione. In questa, in particolare, ho cercato di allineare quattro soggetti diversi, ognuno con una possibile storia. E la cosa buffa è che due soggetti sono su un monopattino. Questa è una foto di fatica, di attesa, ma per me è la massima composizione fotografica del mio genere che posso raggiungere.

GenerationsGenerations

Reportage, Street Photography, Studio. Tanti generi e tante fotografie. Cosa ha influenzato il tuo stile?

A livello fotografico Elliott Erwitt, Robert Doisneau. A livello pittorico mi piace molto Hopper. Questi sono sempre stati i miei punti di riferimento e ho sempre cercato di fondere le arti visive nei miei “quadri” che catturo per strada con la mia macchina fotografica.

 

Whoosnap permette di richiedere foto in tempo reale di un luogo o di un evento di proprio interesse e che ricompensa il fotografo per la foto scattata. Quale contributo pensi possa dare al mondo della fotografia?

Credo che il contributo maggiore sia la possibilità fornita anche a persone giovani di avere una credibilità sul mercato. Inoltre, confrontandosi con altri fotografi, e vendendo foto, c’è un ritorno sia economico che di visibilità. Sicuramente è uno stimolo per fotografare. Anzi, uno stimolo per fotografare bene.

A walk with HopperA Walk With Hopper

Tutte le immagini di proprietà di © Stefano Corso